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L’utilitarismo dimentico delle fiabe: da Dickens a Everfest, per non smettere di incantarci

In a utilitarian age, of all other times, it is a matter of grave importance that fairy tales should be respected”

– Charles Dickens

La Zweckrational economica

Nella prima lezione del primo anno di università, il professore di economia politica diede inizio all’anno accademico con un discorso inaugurale, citando due esempi che tutt’ora ricordo nitidamente. Durante il mio percorso universitario, benché le teorie economiche che ci venivano presentate si sviluppassero da presupposti ben definiti e avessero una loro coerenza, i due esempi sopracitati continuavano ad essere la dimostrazione che queste teorie non potevano spiegare a fondo la realtà. La cosa risulta ovvia se si pensa all’impossibilità che dei modelli (economici) possano comprendere e spiegare la complessità del mondo. Tuttavia, un problema non banale nasce nel momento in cui una forma di razionalizzazione della realtà diventa sistematica e pervasiva, venendo applicata in quasi tutti gli ambiti dell’agire umano.

Nello specifico, i due esempi del professore riguardavano l’elargizione dell’elemosina ed il commercio equo e solidale. Entrambi i fenomeni non rispecchiano il concetto di razionalità economica: l’elemosina implica un investimento che tendenzialmente non genera un ritorno né alla società, né all’individuo che la elargisce, incentivando colui che la chiede a perseverare nel suo comportamento parassitario; il commercio equo e solidale non mira alla massimizzazione del profitto e il processo produttivo è generalmente meno efficiente rispetto a quello sviluppato all’interno di logiche di mercato, cosicché i soldi investiti nel fair trade sarebbero più efficaci se usati nel free trade.

I fenomeni sopracitati avvengono diffusamente nella realtà, ma buona parte dei modelli economici dominanti non li coglie, in quanto non possono essere spiegati attraverso la massimizzazione del ritorno sull’investimento e la massimizzazione dell’utilità dell’agente economico.

All’interno di un sistema economico e sociale di stampo capitalista come quello in cui viviamo, la razionalizzazione è il passaggio da un valore d’uso (razionalità rispetto al valore) ad un valore di scambio (razionalità rispetto allo scopo) e così, se prima il denaro era un mero intermediario nello scambio di beni e servizi tra gli attori, esso diventa ora il risultato dell’operazione di scambio, nella forma di surplus di valore. In un’ottica di competizione tra agenti economici sul mercato, il surplus deve essere reinvestito al fine da ottenere rendimenti maggiori, in un processo di crescita continua.

Questo tipo di razionalità che permea e sta alla base del capitalismo, non abbraccia esclusivamente i concetti di sensatezza, comprensibilità, logicità, bensì ne comprende anche altri: la regolarità, la controllabilità, il governo delle conseguenze di un’azione e soprattutto la conformità ad uno scopo. È la Zweckrational weberiana in cui emergono gli aspetti dell’efficienza e del calcolo.

Cercando di sintetizzare, l’attore ha delle preferenze rispetto a dei futuri stati del mondo, dai quali trarrà un certo livello di utilità. Egli conosce, o immagina, i possibili corsi d’azione da intraprendere e le probabilità dell’avverarsi di ciascuno di questi stati del mondo. Valutando tali corsi d’azione con le utilità attese dal loro dispiegarsi, l’attore sceglie lo scenario che massimizza la propria utilità attesa.

In questo senso si parla di razionalizzazione economica: avere uno scopo chiaro e organizzare razionalmente i propri mezzi per conseguirlo, in rapporto alle possibili conseguenze, è tipico dell’agire economico. La “razionalità rispetto al valore” si perde per strada e viene sostituita dalla “razionalità rispetto allo scopo”, dove lo scopo è la massimizzazione della propria utilità individuale, quantificabile in termini di capitale accumulato.

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L’economia al centro della vita sociale

Risulta chiaro come l’economia sia al giorno d’oggi al centro della vita sociale, tanto da essere definita da Greg Mankiw semplicemente “un gruppo di persone che si relazionano tra di loro mentre portano avanti la propria vita”.

Nel nostro sistema capitalista vi è una preponderanza dell’«economico» e non a caso, il vocabolario e i concetti dell’economia hanno un ruolo dominante sia nel linguaggio quotidiano, sia in quello scientifico. Questa egemonia si esprime attraverso un modello di agire razionale che descrive i comportamenti umani in termini quantitativi, misurandoli e organizzandoli in funzione del calcolo monetario dei rendimenti. La diffusione di questo tipo di agire razionale in diversi ambiti, può avere degli aspetti positivi quali la misurabilità, la prevedibilità e la valutabilità di progetti e azioni. Tuttavia, il processo di razionalizzazione economica che ha investito tutti gli ambiti dell’esistenza ci lascia in eredità un mondo già organizzato e regolamentato secondo principi razionali, con conseguenze problematiche quali il disincantamento e l’intellettualizzazione del mondo, che risulta decifrabile e controllabile in termini esclusivamente causali.

L’affermazione così forte della razionalità economica porta a credere che ogni cosa possa essere dominata attraverso la ragione, e dunque non c’è più spazio nella realtà per forze ignote e incalcolabili che governano il mondo. Questo disincantamento del mondo viene perpetrato con la razionalizzazione di ogni aspetto della vita (dall’altruismomarriage market forces all’etica, dall’estetica alla spiritualità) che viene inserito all’interno della funzione di utilità dell’agente economico. Si tratta spesso di una forzatura, di un’azione non di necessità, un errore logico nell’applicare una chiave di lettura economicamente razionale a qualsiasi cosa. Non sono i modelli ad essere il problema, ma il credere che essi possano spiegare fedelmente la realtà in tutte le sue sfaccettature.

Queste teorizzazione della realtà forgia e permea il sistema sociale in cui viviamo. Tuttavia, così come ogni sistema sociale, anche il nostro non è dato in natura e muta nel tempo e nello spazio.

Everfest

Qualche mutamento, in effetti, sta avvenendo. Molti millennials sembrano preferire la condivisione al possesso, l’accumulo di esperienze a quello di beni o di capitale; ciò non sembra corrispondere direttamente ad una logica quantificabile, mostrando come in realtà la razionalità economica non è sempre il driver dei processi decisionali.

È ragionando su questo lento cambiamento che Paul Cross ha pensato di creare Everfest. Ho conosciuto Paul l’estate passata, su una barca che navigava nella laguna veneziana. In piedi, a poppa, ciascuno con in mano un bicchiere, ci siamo messi a chiacchierare. È lì che mi ha raccontato di sé e del motivo che lo ha spinto a dare forma al suo progetto.

“Al giorno d’oggi abbiamo accesso a quasi tutta la conoscenza del mondo dal palmo delle nostre mani, e alcuni usano queste informazioni per capire come abbiamo fatto ad arrivare fino a questo punto. Dovunque tu guardi, vedi il consumismo distruggere tutto. È una bestia che non può essere uccisa…la nostra società è interamente basata sul consumo e non andrà a finire bene. Cosa cerca il capitale altamente concentrato? Cerca il ritorno sull’investimento, questa creatura simile ad un tifone che sventra tutto ciò che gli si para di fronte”.

La società capitalista, individualista e razionale fa paura a Paul che teme il rischio di perdere il contatto con le persone, con l’arte, con il sentimento, con la natura; tutte cose sacrificabili secondo un sistema che neanche ne comprende il valore, se non in termini utilitaristici. Ma cosa può spingerci a cambiare rotta?

“Il rigetto e la ribellione. Sono elementi presenti principalmente nella cultura dei giovani che si trovano ad affrontare la struttura consumista in cui vivono e che avvelena tutto. Ho letto molti degli scritti di Sandel che tutt’ora riecheggiano in me e la mia personale sintesi è che lasciare le nostre vite in balia delle forze del mercato è un male assoluto, se vogliamo vivere in una società sana. Abbiamo bisogno di meno razionalità e più spontaneità, meno meeting di lavoro e più feste come ricetta per risanare la comunità e difenderla dal materialismo”.

Ero a Sandwood Bay (Scozia), mentre osservavo uno scoglio solitario nella riserva naturale John Muir. Stavo riflettendo intensamente sulla condizione umana. Sembra che tutto stia svanendo, il contatto con le persone, con la natura…eppure le persone ne hanno bisogno e sempre più incominciano a radunarsi offline, in varie forme. In questa modalità di vita fatta di consumismo spinto, utilitarismo e accesso costante al mondo online, le forze del mercato guidano tutto. E allora, in un certo senso, partecipare ad una festività come Ratha-Yathra in India o Festima in Burkina Faso, può essere un atto di ribellione contro tutto questo. I festival sono l’ultimo baluardo che ci permette di tornare a qualcosa di ancestrale e fondamentale: la comunità”.

Da queste riflessioni nasce Everfest, una piattaforma online per vivere il mondo offline. Creata ad Austin (Texas) nel giugno 2014, funziona come un motore di ricerca di festività ed eventi culturali in tutto il mondo. Un algoritmo suggerisce gli eventi in base alle preferenze e alla posizione dell’utente ed inoltre, l’esplorazione del sito permette di venire a conoscenza di una moltitudine di eventi: da quelli più grandi e maggiormente conosciuti come il Burning Man, a quelli più tradizionali e intimi, in luoghi remoti del pianeta.

L’intento è quello di ricreare un mondo dove la razionalità economica non la faccia da padrona, dove sia ancora possibile trovare forti connessioni con le persone, con la natura, con le forme d’arte e con i sentimenti. Il tutto partendo da un progetto che non si astragga completamente dal contesto in cui viviamo, ma che ne comprenda le logiche, senza condividerne i fini.

Sono evidenti alcuni rischi, tra cui quello di facilitare la contaminazione e la commercializzazione di eventi e luoghi che trovandosi isolati in un’alcova del mondo, non avevano modo di essere corrotti dal “tifone” del capitalismo prima di essere conosciuti. Inoltre, l’uso di una piattaforma online e la presenza su Everfest di festival commerciali, sembrano contraddire la volontà di avere esperienze completamente avulse dal razionalismo economico. Ciò nondimeno, l’idea di Paul potrebbe essere un modo per far riscoprire alla nostra società quello di cui è stata privata, utilizzando i mezzi a cui è maggiormente abituata.

“Voglio costruire cose che agevolino la comprensione, che stimolino la curiosità e che facilitino la connessione tra gli uomini. Sono cresciuto praticando il surf e da giovane volevo che i miei angoli di mare preferiti rimanessero segreti, nonostante l’oceano sia di tutti. Ad un certo punto sono uscito da questo egoismo in cui cercavo di mantenere chiuso e opaco qualcosa che dovrebbe essere aperto e pubblico e dare gioia a tutti. Sicuramente ci sono dei tradeoff, ma se Everfest può facilitare dei viaggi profondi e consapevoli in una cultura, con il risultato di generare connessione e comprensione, sono contento”.

Le intenzioni sono buone, le conseguenze ignote. Ma in una società in cui non ci si cura che dello scopo, partire da queste buone intenzioni può essere il primo passo per incantarci nuovamente del mondo. Come succedeva quando eravamo bambini, leggendo le fiabe. Dickens lo aveva capito.

Luca Manisera