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KONBINI: in Giappone l’innovazione (sociale) passa per i convenience store

Durante i primi anni di università a Trento, si svernava per lo più in casa con gli amici e i coinquilini, organizzando cene e festicciole per movimentare le serate altrimenti indolenti. Ci si divertiva, ma ci voleva una certa dose di ingegno per intrattenersi. In quanto cittadina di provincia in mezzo alle montagne, a Trento non succedeva granché (nonostante ci fosse chi sosteneva il contrario) e se ci si avventurava per le vie della città di notte, capitava di non incontrare né persone né locali aperti per chilometri. Al più, lungo il fiume Fersina, ai limitari del centro città, era possibile comprare delle brioche appena sfornate (squisite) aspettando diligentemente al freddo, di fronte ad una serranda semi aperta.
Quando andai a studiare a Berlino, l’inverno rimase un problema, ma c’era sempre qualcosa da fare e inoltre l’alcol fornito dagli spätkauf (späti per gli amici, ovvero i chioschetti aperti fino a tardi) rendeva il freddo più sopportabile. Rispetto a Trento la città era sicuramente meglio servita e più adatta alle esigenze di una più ampia categoria di tipi umani e la vita urbana in generale si poteva dire abbastanza comoda. Tuttavia, la bassa densità abitativa e l’abitudine teutonica a chiudere gli esercizi commerciali di sera e nei weekend, non rendeva tutto così facilmente accessibile.

La mia esperienza a Tokyo invece mi elevò ad un nuovo livello di comodità della vita urbana. E non parlo solo dei trasporti capillari ed efficienti, del cibo a buon prezzo e di qualità e degli innumerevoli eventi culturali, ma della generale sensazione che qualsiasi cosa di cui tu abbia bisogno possa essere sempre a portata di mano, hic et nunc. Credo che la maggior parte dei giapponesi sarebbe d’accordo con me nell’attribuire un ruolo determinante e preponderante nella comodità della loro vita in città a un’innovazione americana che, secondo la migliore delle tradizioni giapponesi, è stata prima importata e poi profondamente rinnovata e migliorata: il convenience store, per gli amici konbini.
Per comprendere il peso specifico che i konbini hanno all’interno dell’economia e dello sviluppo sociale giapponesi, basti pensare che molti giapponesi affermano di non poterne fare a meno e che una risposta a problemi come il maremoto del Tōhoku del 2011, il progressivo invecchiamento della popolazione e l’integrazione degli stranieri, non potrebbe prescindere da essi.

COSA È UN KONBINI
In un suo saggio, lo scrittore Takahashi Genichiro ha coniato il termine konbiniensu-kyokai (convenience churces) affermando che i konbini e la comodità sono rispettivamente la chiesa e la religione della società giapponese. Il konbini è, nella teoria, la versione giapponese di un classico convenience store americano (la stessa parola konbini ne è un esempio di “giapponesizzazione”). Nella pratica è qualcosa di molto di più.
Di base un convenience store è un classico corner store che vende beni di prima necessità ad orari prolungati. Vengono chiamati spätkauf a Berlino, bodega a New York, depanneur a Montreal e paki o bangla in Italia (in riferimento alla nazionalità degli esercenti) e sono accomunati dall’essere utilizzati come complementi ai normali supermercati. I convenience store si trovano generalmente in contesti urbani e raramente in zone rurali o di transito (in tal caso si parla di travel store) e nella maggior parte dei casi presentano prezzi superiori alla media. Nel sistema della GDO italiana potrebbero rientrare nella categoria dei negozi di vicinato, come ad esempio i Carrefour Express.

In Giappone i convenience store sono oltre 56.000 (uno ogni 2.300 abitanti) e a Tokyo è difficile non imbattersi in uno fra 7-Eleven, FamilyMart o Lawson ogni qualche centinaio di metri. Trovandosi per lo più in aree urbane, la maggior parte dei konbini ha una metratura contenuta (in media circa 100m²) e rimane aperto 24 ore al giorno.  Lo spazio viene ottimizzato per contenere le circa 3.000 tipologie diverse di prodotti che spaziano dai classici bento (i tipici lunch-box dei salaryman giapponesi) alle bevande anti-sbornia (sempre per i salaryman giapponesi), dallo stufato alle cravatte, fino ad arrivare ai biglietti per i concerti. Le persone vi si recano per qualsiasi tipo di esigenza da soddisfare immediatamente e a qualsiasi ora del giorno o della notte. Ad esempio, al konbini si va per: comprare un pacchetto di sigarette, consumare un pasto veloce, prelevare dall’ATM (il Giappone è prevalentemente un paese cash-based), usare gratuitamente il bagno, farsi un caffè on-the-go, pagare le bollette, inviare pacchi, acquistare uno spazzolino last-minute o dei farmaci generici, ritirare acquisti fatti online, ricaricarsi di alcolici in vista della serata, fare delle fotocopie, cercare riparo nel caso si venga inseguiti da uno stalker e ammazzare il tempo prima di un appuntamento leggendo le riviste in esposizione (devo ammettere che non sarebbe stato affatto male avere a portata di mano un konbini anche a Berlino durante le attese dell’autobus notturno che non arrivava mai, quando la temperatura scendeva a 15 gradi sotto lo zero).

Il cibo costituisce circa il 60% dei ricavi di un konbini e nella quasi totalità dei casi si tratta di cibo pronto per essere consumato. In ogni caso si parla di alimenti di buona qualità e freschezza essendo spediti allo store dalle 3 alle 5 volte al giorno. Tra gli alimenti più popolari si annoverano:

  • gli onigiri (anche omusubi), palle di riso con diversi ripieni avvolte in foglie d’alga, il cibo ready-made più rappresentativo del Giappone.
  • I sando, ovvero sandwich triangolari fatti con pane morbido che si scioglie in bocca. Il più ricercato è sicuramente quello con uova e maionese.
  • I bento, i già citati lunch-box che vengono riscaldati in loco e variano in base alla stagione spaziando dai donburi al riso al curry (nello stile giapponese, che differisce molto da quello di altri paesi asiatici), dal yakisoba alla pasta.
  • L’oden, ovvero lo stufato giapponese in brodo di dashi che si mangia tipicamente nel periodo invernale e che può contenere tofu, daikon, uova ecc.

GENESI E SVILUPPO DEI KONBINI
Le principali catene di convenience store in Giappone sono attualmente tre: 7-Eleven, FamilyMart e Lawson. Si tratta anche dei maggiori gruppi al mondo nel settore, ma storicamente non è sempre stato così. La prima catena di convenience store nacque a Dallas, in Texas nel 1927 per opera della Southland Ice Company. Si dovettero aspettare gli anni Settanta per la diffusione di questo modello di retail anche in Giappone. Fu proprio la Southland Ice Company, congiuntamente alla giapponese Ito-Yokado a diffondere questa tipologia di store in Giappone. Da allora il konbini ha conosciuto un vero e proprio boom anche grazie ad alcune azioni del MITI (il ministero dell’economia giapponese) tra cui il “Large-Scale Retail Store Act” del 1973 che tutelava gli interessi dei piccoli e medi commercianti coinvolgendoli nel processo decisionale relativo alla costruzione di punti vendita con superficie superiore ai 500m². Non solo, negli anni Ottanta il governo giapponese permise ai konbini di vendere francobolli, abilitandoli di fatto a sportelli per i pagamenti delle bollette domestiche e rendendoli punti focali della vita di tutti i giorni.
7-Eleven inaugurò il suo primo store nel ward di Kōtō, a Tokyo nel 1974. L’anno successivo Lawson aprì il suo primo punto vendita a Toyonaka City, nella prefettura di Osaka mentre FamilyMart aveva aperto i battenti a Sayama City già nel 1973. Dagli anni Settanta il numero di convenience store in Giappone non ha fatto che aumentare: nel 1994 se ne contavano 27.000 sull’intero territorio nazionale (più degli uffici postali), nel 2008 il numero di konbini superò quello delle stazioni di servizio per un totale di 44.000 store in tutta la nazione e attualmente i punti vendita gravitano attorno alle 56.000 unità, ben oltre quello che gli analisti ritenevano essere il punto di saturazione del mercato.

7-Eleven è la catena di convenience store più diffusa in Giappone e nel mondo con oltre 67.000 punti vendita in tutti i continenti ad eccezione dell’Africa. Nel 1927 John Jefferson Green, dipendente della Southland Ice Company, incominciò a vendere uova, latte e pane in uno dei negozi aziendali. L’anno seguente, di fronte a tutti i punti vendita dell’azienda, venne installato un totem originario dell’Alaska così da attirare l’attenzione dei clienti e gli store vennero soprannominati “Tote’m Stores”. Nel 1946, con i nuovi orari di apertura dalle 7 alle 23, il nome del gruppo venne cambiato in 7-Eleven. Nel 1991, la Ito-Yokado e la 7-Elevan Japan acquisirono l’indebitata Southland Corp. cambiandone il nome in 7-Eleven Inc. e ponendo le basi per quello che nel 2005 divenne il gruppo Seven & I Holdings Co. che a oggi conta innumerevoli controllate fra cui l’etichetta discografica Tower Records, i department store Soge & Seibu e il colosso finanziario Seven Bank.

La storia di Lawson ricalca quella sopracitata di 7-Eleven. Nata a Cuyahoga Fall, Ohio nel 1939 come impresa casearia, la Lawson Milk Company venne acquisita dalla Consolidated Foods nel 1959 quando si era già strutturata come catena di convenience store. L’entrata nel mercato giapponese avvenne nel 1974 in partnership con la Daiei Inc., catena di supermercati giapponesi nata a Osaka e basata a Kobe. Se negli Stati Uniti gli store Lawson furono venduti alla catena di convenience store Dairy Mart negli anni Ottanta e successivamente alla canadese Alimentation Couche-Tard negli anni Duemila (che li ribrandizzò in Circle K), Lawson Japan crebbe indipendentemente anche grazie all’apporto di capitale da parte della Mitsubishi Corporation che nel 2001 ne divenne il principale shareholder. Attualmente Lawson conta oltre 14.000 store in Giappone, numerosi punti vendita in Cina e nel sud-est asiatico e dal 2012 è sbarcata negli Stati Uniti con 2 store a Honolulu, Hawaii. Il prodotto meglio conosciuto di Lawson è senza dubbio il pollo fritto, cucinato in loco e sempre presente nella sezione dei prodotti caldi a fianco del registratore di cassa. Le declinazioni possibili comprendono il honetsuki (pollo con osso), il honenashi (pollo fritto disossato) e i kara-age (nugget di pollo fritti), croccanti all’esterno e teneri e succosi all’interno. Da qualche anno Lawson ha aperto i Natural Lawson, un brand di store dedicato alle donne che propone alimenti sani e si avvicina al mondo dell’alimentazione vegetariana. Inoltre, ha creato una linea di dessert chiamata UchiCafé SWEETS il cui punto forte è sicuramente la Premium Roll Cake, un pan di spagna arrotolato ripieno di crema.

Infine, il primo konbini di FamilyMart aprì a Sayama city, nella prefettura di Saitama (parte della Greater Tokyo Area) nel 1973 e da allora in Giappone ne sono sorti altri 17.000, anche grazie alla fusione con il gruppo di supermercati Uny che ha permesso a FamilyMart di annettere i punti vendita Circle K Sunkus. FamilyMart è il konbini di fiducia per gli amanti del pane e delle paste, la sua linea di prodotti premium (contrassegnata dall’etichetta nera) utilizza prodotti di fascia alta e in particolare il suo katsu-sando (sandwich con carne di maiale impanata e fritta) e il FamiChiki (pollo fritto) sono dei best-seller. FamilyMart è famosa per offrire una selezione di prodotti Muji (la multinazionale dell’arredamento e dell’abbigliamento che propone prodotti dal design minimale e casual) e soprattutto per l’ormai celeberrimo jingle che accoglie i clienti all’ingresso.

 

IL SEGRETO DEI KONBINI
Uno degli elementi che dal punto di vista tecnologico si è rivelato fondamentale e che ha fortemente contribuito al successo dei konbini è il sistema Point of Sales (POS), introdotto per la prima volta nei convenience store giapponesi già nel 1982. Il sistema POS integrato nei registratori di cassa ha da sempre aiutato gli store manager a gestire le informazioni relative alle vendite grazie alla lettura dei codici a barre dei prodotti. Con l’aggiunta delle informazioni dell’età approssimativa e del sesso dei clienti, raccolte dai commessi durante le transazioni (i registratori di cassa presentano un tasto azzurro per gli uomini e uno rosa per le donne oltre a svariati bottoni per ogni fascia d’età), è possibile ottenere dati preziosi sull’attività del punto vendita per comprendere quali prodotti, in quali quantità, in che momento della giornata e con quali condizioni atmosferiche vengono comprati dai diversi segmenti della clientela. Questi dati sono poi utilizzati per le campagne di marketing e per lo sviluppo di nuovi prodotti private label o di altri brand.

Tutte le informazioni vengono centralizzate ed elaborate nel quartier generale cosicché per ogni store verranno ordinati solamente quei prodotti che vendono bene. Questa tecnologia, unita ad un sistema logistico e distributivo efficiente, ha permesso ai konbini di avere sui propri scaffali ciò che il cliente vuole, quando lo vuole. I cibi freschi infatti vengono inviati dalle 3 alle 5 volte al giorno e le bevande 6 volte alla settimana. Inoltre, ogni settimana vengono introdotti nuovi prodotti che sostituiscono quelli meno richiesti cosicché alla fine di un anno, oltre due terzi dei 3000 prodotti venduti in store saranno stati sostituiti. La possibilità di poter ottenere ciò che si vuole quando lo si vuole è uno degli aspetti fondamentali della comodità dei konbini e sono in molti a pensarlo.

 

KONBINI COME INFRASTRUTTURA SOCIALE
Fra gli estimatori dei konbini c’è anche Hidetoshi Nakata. Approdato a Roma nel 2001 dopo l’exploit a Perugia, Nakata contribuì alla vittoria del terzo e ultimo scudetto dell’AS Roma in Serie A. Ancora oggi il suo nome suscita sentimenti “amarcord” nella città capitolina che lo ricorda sia per il suo talento sul campo che per la sua pacatezza al di fuori del rettangolo verde. Francesco Totti racconta che durante la festa per lo scudetto, nell’euforia generale, Nakata si defilò per sedersi in disparte e leggere un libro. Hidetoshi Nakata infatti non era un calciatore comune, dopo essere stato candidato molteplici volte al Pallone d’oro ed essere stato inserito da Pelè nel FIFA 100 (la lista dei più grandi calciatori di sempre), appese le scarpe al chiodo e abbandonò il mondo del calcio giocato a soli 29 anni. Nei 4 anni successivi girò il globo zaino in spalla, cercando di uscire dalla bolla del pallone e osservare il mondo da angolature diverse. Sud-est asiatico, Medio Oriente, continente sudamericano fino ad arrivare ai campi profughi iracheni per avere un’idea meno edulcorata della realtà: “Se si viaggiasse di più ci sarebbero meno pregiudizi e magari si capirebbe meglio se stessi” disse in un’intervista a un giornalista allibito per l’improvvisa decisione di interrompere la sua carriera di calciatore. Di ritorno dai suoi viaggi, diversi media hanno documentato l’abitudine dell’ex calciatore di entrare nei konbini per comprare degli snack giapponesi subito dopo gli atterraggi all’aeroporto di Tokyo. In una intervista Nakata ha infatti affermato che una delle limitazioni principali che ha riscontrato vivendo a lungo all’estero è la mancanza dei konbini, una comodità a cui non è riuscito a rinunciare nonostante gli anni spesi in giro per il mondo. Dello stesso parere è Gavin H. Whitelaw, executive director dell’Edwin O. Reischauer Institute of Japanese Studies presso l’Università di Harvard. Sin da giovane Whitelaw è rimasto infinitamente affascinato dai konbini quali luogo di ricerca utili a comprendere le dinamiche culturali giapponesi. Dal 1993 al 1996, Whitelaw partecipò al JET Program per insegnare l’inglese presso le cittadine di Matsuyama e Hirata e già in quegli anni si rese conto di come i konbini fossero un luogo fondamentale per il funzionamento della sua quotidianità. I konbini divennero il tema del suo dottorato in antropologia culturale a Yale e durante la sua ricerca, Whitelaw lavorò come commesso preso diversi konbini giapponesi a Tokyo e nella più rurale Yamagata, osservando in prima persona come essi siano diventati delle vere e proprie istituzioni sociali che hanno contribuito allo sviluppo del Giappone negli ultimi 50 anni. Come sostenuto da Whitelaw, al giorno d’oggi, nel bene e nel male, i konbini sono più di semplici negozi e rappresentano un’infrastruttura sociale che offre una grande varietà di servizi, da quelli finanziari a quelli amministrativi e di supporto sociale. Non avere accesso a un konbini è fonte di un importante disagio che va oltre l’impossibilità di fare la spesa e causa un abbassamento della qualità della vita in un senso ben più ampio. Dalla metà degli anni Novanta I konbini sono considerati life infrastructure (seikatsu infura) e sono anche categorizzati come social infrastructure (shakai infura) alla stregua di ospedali, uffici postali e stazioni di polizia rionali (kōban).

SPERSONALIZZAZIONE PERSONALIZZATA
Diversamente dagli Stati Uniti, i konbini giapponesi si sono sviluppati in modo da diventare parte integrante dei quartieri e della società in cui operano, assumendo un ruolo centrale nella vita quotidiana delle persone. Whitelaw sostiene che l’espansione delle catene di konbini non causi un appiattimento ad uno standard globale, quanto piuttosto ricalchi la differenziazione sociale (vedi Talcott Parsons) contribuendo ai cambiamenti della composizione sociale giapponese. I case study delle business school che ne lodano l’efficienza, la competitività e l’innovazione mettono alla luce solamente il ruolo omologante che i konbini assumono all’interno delle dinamiche del consumismo proprie dei sistemi di produzione capitalistici. Tuttavia, una lettura più attenta suggerisce che i konbini non siano dei meri agenti di uniformazione quanto più una metonimia che spiega il Giappone post-industriale in un movimento dialettico che spazia dalla standardizzazione alla differenziazione dei costumi. Assecondando gli stili di vita di diversi segmenti della popolazione (single e famiglie, lavoratori dell’industria e del terziario, bambini e pensionati, giapponesi e stranieri), i konbini non hanno dissoluto le differenze sociali ma le hanno ricalcate e protratte: offrendo uno spettro di prodotti e servizi che aderisce (in giapponese micchaku suru) alle diverse tipologie di clienti, i konbini hanno permesso ad ogni segmento della popolazione di mantenere le proprie abitudini di consumo, al limite esasperandone la comodità.

Un altro aspetto rilevante che ha permesso ai konbini di non diventare agenti di mera omologazione spersonalizzando l’esperienza di acquisto e di mantenere un’aura di familiarità è il fatto di avere una scala contenuta che si adatta bene alla dimensione di quartiere e non ne altera eccessivamente gli equilibri. Nell’accezione del sociologo Ray Oldenburg, i konbini possono essere considerati dei third places, ovvero luoghi dove la vita pubblica si sviluppa e si manifesta in modo informale al di fuori delle case (first places) e del lavoro (second places). Infatti, oltre agli acquisti fatti “al volo”, le persone vanno al konbini per ammazzare il tempo, rilassarsi, scovare nuovi prodotti, ripararsi dal freddo e rifocillarsi. I konbini possono essere assurti a oasi urbane dove prendersi una pausa dal trambusto della vita in città e potenzialmente soddisfare bisogni fisiologici e di socializzazione.
Nel suo celebre saggio “Bowling alone” il sociologo Robert Putnam afferma che negli Stati Uniti il capitale sociale è in declino da diversi decenni a causa della scomparsa di alcuni baluardi del vivere assieme, tra cui i classici mom-and-pop store a conduzione familiare. Qualcosa di simile (con le dovute distinzioni date da una società profondamente diversa) è avvenuto anche in Giappone, anche se i konbini hanno in parte assunto il ruolo di luogo di incontro e ricettacolo di diverse categorie umane, diventando un fattore di inclusione sociale che contrasta il fenomeno post-moderno della disgregazione e dell’alienazione della società urbana (a onor del vero hanno tuttavia reso difficile la sopravvivenza di molti negozi di quartiere tradizionali).

Al fine di diventare uno spazio di innovazione e inclusione sociale, alcune catene di konbini hanno proattivamente implementato dei programmi dedicati ad alcune fasce marginalizzate della popolazione. Con una popolazione che sta invecchiando e si sta riducendo, il governo giapponese sta cercando soluzioni ingegnose per contrastare il declino della forza lavoro e l’isolamento dei più anziani. Lawson e 7-Eleven hanno collaborato con il governo per introdurre dei programmi di inserimento occupazionale che conciliassero lo stile di vita delle persone in età avanzata. Inoltre, offrono supporto ad anziani con problemi motori o di memoria formando il proprio personale in tal senso. Lawson è vicina anche ai bisogni dei più giovani, ha attivato dei progetti di educazione alimentare per bambini e non a caso, sempre più spesso, la prima commissione che i bambini giapponesi fanno in autonomia è proprio una piccola spesa al konbini (esiste un programma televisivo dedicato a questo rituale di iniziazione che si chiama “My first errand” ed è molto seguito). Infine, i konbini sono tra i datori di lavoro che più facilmente accolgono lavoratori stranieri, agevolando un processo di integrazione altrimenti complicato, in un paese dove la quota di stranieri non supera il 2% della popolazione.
Tra gli obiettivi della JFA (Japan Franchise Association, di cui fanno parte le principali catene di konbini) c’è quello di avvicinarsi alle esigenze di una popolazione che invecchia, rivitalizzare le economie regionali, contribuire alla sicurezza delle comunità in cui opera e servire la società in caso di necessità. L’apporto dei konbini sarà fondamentale nell’accogliere e servire le orde di visitatori attese fino al 2020, anno delle prossime olimpiadi a Tokyo e si è già rivelato determinante nel 2011 in occasione del maremoto del Tōhoku, quando, in virtù del loro capillare sistema logistico, hanno permesso l’approvvigionamento immediato e costante delle aree colpite fornendo acqua potabile, cibo e medicine.

 

I KONBINI SONO TROPPO COMODI?
Nei paragrafi precedenti molto è stato detto riguardo alla comodità dei konbini. In effetti i convenience store svolgono diverse funzioni sociali, supportano l’invecchiamento della popolazione giapponese, fanno fronte alla frammentazione della domanda conseguente alla diffusione dei nuclei famigliari mono persona, danno una mano ai lavoratori che lavorano fino a tardi e non hanno tempo di cucinarsi qualcosa a casa. Tuttavia, sorge spontaneo chiedersi se anziché una risposta a questi problemi, i konbini non ne siano piuttosto una causa o quantomeno un facilitatore che ne esaspera l’entità.
I konbini sono effettivamente molto comodi e semplificano alcuni aspetti della vita quotidiana e della società in senso lato. Tuttavia, la pervasività dei konbini nella società giapponese ha portato Miura Atsushi, professore e consulente marketing, ad affermare che il Giappone sta vivendo una “konbini civilization” dove i konbini si sostituiscono alle madri che ti preparano da mangiare e si prendono cura di te, soddisfacendo immediatamente tutti i tuoi bisogni. Il giornale nazionale Asahi Shinbun ha esplorato la questione attraverso una serie di articoli intitolati “Is society too convenient?” stimolando la risposta di Kazuki Furuya, presidente di 7-Eleven Japan, il quale ha affermato che non c’è fine alla ricerca della comodità e la missione di massimizzarla è ciò che permette alla società di migliorarsi. Lo stile di vita moderno, fatto di orari di lavoro prolungati, commuting obbligato a causa di città sempre più densamente abitate, gusti e mode che cambiano in fretta, lascia poco tempo per attività quali fare la spesa e cucinare e i konbini ne sono la soluzione. I konbini sono diventati l’infrastruttura che sostiene un sistema sociale così funzionante, un lubrificante che permette di evitare frizioni altrimenti ordinarie.

Dare un giudizio univoco sulle conseguenze della presenza permeante dei konbini in Giappone, non è cosa facile. Se da una parte i benefici fin qua citati risultano chiari, il rovescio della medaglia mostra delle criticità: la presenza dei konbini è spesso associata alla chiusura dei negozi tradizionali e all’appiattimento del paesaggio urbano, al cambiamento del carattere di un quartiere, alla destabilizzazione dei normali orari di dormiveglia, ai bassi salari dei commessi e all’illanguidimento dell’intera società. Dire che i konbini non abbiano portato progresso tecnologico e sociale sarebbe mendace e affermare che la società sarebbe migliore senza di essi sarebbe ingenuo. Tuttavia, osservare criticamente come il ruolo preponderante dei konbini nella vita quotidiana dei giapponesi ne stia influenzando lo stile di vita e porsi dei quesiti a riguardo è indispensabile.

Quando vivevo a Tokyo e non avevo nulla nel frigorifero (succedeva abbastanza spesso) andavo al konbini sotto casa per comprare al volo la cena che nella maggior parte dei casi consumavo poco dopo in solitaria. Andare al konbini mi semplificava molto la vita, non dovevo cucinare, non avevo neanche la pila di piatti da lavare (la pila di rifiuti però non era indifferente) e il mio stomaco era soddisfatto. Invece, quando vivevo a Trento e non avevo nulla nel frigorifero, chiamavo qualche amico e poco dopo si era tutti assieme a cucinare e a mangiare. In quel caso, ad essere soddisfatto non era solamente il mio stomaco. Se si tirava tardi poi si poteva sempre andare sul lungo Fersina a prendere le brioche. Bisognava attendere le 4 del mattino e farsi una camminata di qualche chilometro al freddo, pazientando di fronte a una serranda sgangherata. Forse però, anche per questo motivo, quella brioche aveva un sapore speciale.

Luca Manisera